di Maurizio Bulleri, Tester per The Boat Show Television

La velocità è l’opposto del tempo. Corriamo ogni giorno per riuscire ad assolvere i nostri impegni. Non esiste attività, nemmeno sportiva, in cui il risultato non sia controllato dal cronometro. Molti non riescono a liberarsi dal ritmo frenetico della loro vita neppure nel tempo libero. Guardiamo un film, o una partita di calcio, leggiamo un libro, ma non ci piacciono se scorrono lenti.

E in mare? Beati coloro che navigano senza chiedersi quando arriveranno. Beati coloro che navigano a vela o scelgono imbarcazioni a motore dislocanti.

Quando salgono in barca, loro staccano davvero la spina. Peccato, però, che non provino l’adrenalina di una corsa sull’acqua! Intendiamoci, la velocità in mare è più pericolosa di quello che comunemente si immagina, per sé stessi e per gli altri. Eppure, ci piace. Non è un caso che “Giù la manetta” sia diventato un hashtag sui social e che sia anche il momento più atteso nei video test di The Boat Show, il programma di nautica più diffuso al mondo.

A terra, se vuoi correre non ti basta una supercar, devi andare in pista; in mare aperto la legge non detta limiti e non serve una barca da corsa. Si possono provare emozioni con qualsiasi scafo e motore. Ogni barca, infatti, ha una propria soglia di sicurezza determinata dalla velocità, ma anche dalle sue doti nautiche e dalle condizioni della superficie; prima di questo limite il rischio scatena euforia, oltre diventa pericolo.

Su un tender che corre a 30 nodi ti sembra di essere seduto su un sasso lanciato con destrezza per compiere quanti più salti possibile sull’acqua.

Su un motoscafo di 6 metri è temerario chi riesce a mantenere i 40 nodi se ci sono onde.

Con un gommone di 9 metri sembra di volare quando si superano i 50 nodi, ma con un catamarano da corsa a quella velocità ti pare di essere fermo e cominci a sentire qualche brivido lungo la schiena solo quando lo scafo è completamente fuori dall’acqua, sostenuto unicamente dalla spinta delle eliche, e il contanodi segna più di 100.

Nemmeno gli armatori di grandi yacht vogliono rinunciare all’emozione della velocità e spingono i costruttori a impegnarsi in sfide impossibili progettando scafi leggerissimi capaci di resistere a impatti violentissimi (a certe andature le onde sembrano di cemento) con enormi scocche di carbonio spinte da turbine aeronautiche capaci di erogare migliaia di cavalli.

Certo, in questo caso non ci si sente un sasso che schizza sull’acqua; la corsa di uno scafo del peso di decine di tonnellate non trova paragoni e, forse, proprio per questo lascia esterrefatti. Ciò che accomuna tutti, costruttori e armatori, è il desiderio di superarsi, di andare sempre un po’ più veloci, spesso a discapito del comfort e qualche volta anche della sicurezza.

A proposito, permettetemi di ricordarvi di allacciare lo “stacco” (killer switch) sulle barche che ne sono provviste. Qualcuno si chiederà che senso abbia tutto questo, in particolare se sia logico spendere ingenti somme per costruire giganteschi proiettili, se non sia invece meglio soddisfare il desiderio di velocità con scafi a misura d’uomo, oppure andare piano, per non rischiare la vita e non sprecare le risorse del pianeta.

Ogni diportista è libero di scegliere secondo la propria coscienza; a tutti coloro che non hanno questa passione, propongo di valutare l’infinitesimo consumo di energia di questi (ma anche di molti altri e più comuni) “divertimenti” al cospetto di ben più gravi, vaste e persistenti (sottolineo non occasionali) contaminazioni ambientali nel mondo.